<<Cantare equivale a scendere una collina scivolando>>
Alla vigilia dell'uscita del suo album MEDULLA, la star islandese, che vive a
Manhattan, analizza il suo rapporto con l'arte e il canto, che considera sin dall'infanzia
come vero strumento terapeutico.
di Gilles Renault
Sabato 14 agosto 2004 (Liberation)
- Che rapporto hai con la tua voce?
Penso che la tradizione del canto, quella che ha dovuto trasmettersi per millenni,
era più o meno la seguente: si scriveva una canzone che condensava delle
emozioni, delle avventure, reali o fittizie, poi la si interpretava davanti
alla comunità. Era un'attività evenemenziale. In quanto artista,
il mio approccio è a tratti simile e differente. Amo l'esplosione vocale,
da fuoco d'artificio. Qualcosa che vi porta a esplorare dei territori di cui
forse non avreste potutto fare conoscenza. Ma procedendo così, il giorno
dopo, siete stanchi, vi allenate, fisicamente e mentalmente, emozionalmente.
O la logica artistica, particolarmente durante i tour, necessita che ci si rimetta
la sera stessa. Allora, con il passare del tempo, si imparano dei trucchi. Parlare
meno. Parlare è più faticoso per la voce. E' come camminare, mentre
cantare è come scendere una collina scivolando. D'un tratto, mi sforzo
di stare da sola o di circondarmi di persone per cui il silenzio non sia sinonimo
di malessere. Dal punto di vista pratico faccio dei sacrifici: caffè,
alcol, zucchero. Ma, in generale, la voce è connessa all'anima.
La tecnica non deve dunque intervenire come un artificio ma servire a ottimizzare
tutte quelle emozioni che attraverso di lei desidero far passare. Le mie ultime
composizioni sono state concepite in maniera più spontanea, rapida e
intuitiva che in passato. Una logica flessibile e fatta di registrazioni al
momento opportuno in vari luoghi, non necessariamente negli usuali studi di
registrazione.
- Il tuo rapporto con il testo è lo stesso in islandese ed in
inglese?
L'islandese, la mia madrelingua, possiede una dimensione più intima,
comparata all'inglese di cui mi servo facilmente per comunicare con persone
che non mi sono familiari. Verso i 18 anni, mentre registravo le mie prime canzoni,
avevo anche sviluppato il mio gergo personale, senza dubbio perchè a
quell'epoca non mi sentivo a mio agio con nessuna lingua in particolare.
- Ci sono delle cose che potresti cantare ma non dire?
Senza dubbio. La parole alcune volte sono limitate. Nello stesso tempo, bisogna
stare attenti a non prendere troppo sul serio questa cosa, altrimenti si corre
il rischio di diventare noiosi.
- Esprimi alcuni sentimenti più facilmente di altri?
Come regola generale, la canzone si impone a me senza che io la concettualizzi.
Non è a posteriori che io mi sento in grado di classificarla in questo
o quel modo. Ma credo sinceramente di non averla scritta intenzionalmente rispetto
a un registro in particolare. Mi piace immaginare la musica come un immenso
territorio di sperimentazione dove è possibile evolvere più liberamente
che nella vita quotidiana. In questo senso, è la porta aperta su un mondo
astratto di cui io non penso si debba per forza cercare di limitare i contorni.
- La religione è in questo campo?
Il principio stesso di convinzione religiosa è per me nefasto. Rimanda
necessariamente alla coercizione, all'obbedienza. Preferisco credere all'autodeterminazione
là dove il culto tende a privare l'individuo delle sue facoltà
intuitive più elementari. L'idea che un libro scritto 2000 anni fa possa
servire ancora oggi come esempio esistenziale mi sembra perlomeno strano, perfino
strampalato. E' molto più gratificante scoprire le cose da soli.
- Ti senti fondamentalmente libera?
No, oscillo costantemente tra libertà e dipendenza. Uno degli aspetti stimolanti
della vita consiste giustamente ai miei occhi a tendere verso la più grande
autonomia possibile senza dover sacrificare nulla di essenziale nè agire ai
danni degli altri.
- L'Islanda, di cui sei la più famosa ambasciatrice nel mondo,
funziona su un paradosso: da una parte l'immagine di una società aperta
e permissiva, legato in modo più o meno soprannaturale alla natura. Dall'altra
un malessere sotterraneo, uno sfondo di noia e depressione.
Io penso che non si possa fare nulla contro queste immagini riduttive, forse
rassicuranti. Allo stesso modo, non puoi immaginare il numero di persone all'estero
che quando si pronuncia la parola "Francia" pensano ancora baguette,
tour eiffel, edith piaf e, al meglio, serge gainsbourg. Non ho particolare intenzione
di combattere queste classificazioni. La mia sola ambizione consiste nell'andare
avanti e provare che io sono un pò più di una curiosità
esotica. Mi rifiuto di lasciarmi distrarre da questi pregiudizi e ho l'ingenuità
di pensare che mi guadagno un certo credito attraverso la mia musica - molto
più di quanto avessi mai immaginato. Inoltre, stimo che l'origine geografica
di un artista abbia un'importanza così relativa che non dovrebbe essere
presa in considerazione.
- La tua musica conserva tuttavia alcune caratteristiche insulari?
Credo, al contrario, che sia deliberatamente universale e che tratti dell'individuo
nell'accezione prima, alle volte spirituale e organica, prima che se ne propaghino
nozioni come la politica, il patriottismo, la religione.
- Lodando la forza della natura, la tua emancipazione artistica passa
regolamente per grandi città come New York o Londra.
Ho soprattutto una fede immensa nell'essere umano. Il cosmopolitismo è
un pregio, non un handicap. Sono cresciuta in un certo isolamento. Un solo negozio
di dischi in cui non si trovava che le hit internazionali. Allora, sarei dovuta
essere masochista per privarmi di questa ricchezza culturale alla quale ormai
ho accesso. Sai a cosa si riduce l'apertura musicale dell'Islanda nel corso
degli ultimi decenni? Un concerto dei Led Zeppelin nel 1972, un altro degli
Stranglers nel 1977, Culture Club nel 1985... A questo ritmo non hai modo di
fare il difficile. Ora, la mia realtà cambia e concilio questo bisogno
di incontri che posso realizzare sul continente con la voglia puntuale di raccogliemento
che mi dà l'Islanda, dove posso restare anche più mesi in solitudine.
Il problema è che si finisce per sentirvisi claustrofobici, ragione per
cui appartengo a un popolo di viaggiatori che molto velocemente a sentito il
bisogno di partire.
- Questo isolamento, di cui hai in parte sofferto quando eri giovane,
non ha ugualmente contribuito a forgiare la tua identità artistica?
Possibile! Ancora una volta bisogna però prendere questa interpretazione
con prudenza. Oggi, io sono una cantante "stabile", vivendo comodamente
a Manhattan, e immagino che ci sia un certo sentimento romantico nel parlare
di una tale infanzia, perlopiù tagliata fuori dal resto del mondo. Ma
avrei potuto lo stesso non uscirne. Ero una bambina piuttosto riservata, solitaria.
Mi rivedo camminando e cantando sulla strada per la scuola, parlavo poco con
gli altri ed elaboravo nella mia testa tutta una fresca creatività che
ho dovuto in seguito esteriorizzare e là il contesto non aveva niente
di evidente. Quando ho cominciato a entrare nella musica, tutti i gruppi esistenti
in Islanda avevano come unica ambizione somigliare ai Beatles o ai Rolling Stones.
Capisci quindi che l'originalità non era percepita come un passaporto.
- Quali sono state le tue prime emozioni artistiche?
Da piccola, cantavo per delle ragioni quasi unicamente terapeutiche. Era un'attività
necessaria al mio equilibrio, il bisogno di esteriorizzare delle cose, senza
cui credevo che sarei esplosa. Ma mi ricordo molto bene che non ho mai immaginato
di diventare un giorno famosa. Non è che dai 27 anni che ho cominciato
a interpretare le mie composizioni. Prima mi ero sempre protetta dietro ai gruppi.
Il canto è rimasta per lungo tempo per me come un'attività privata,
un pò come un diairo segreto. Il mio cammino è passato attraverso
i miei nonni che ascoltavano jazz, una musica a cui non ero molto sensibile.
I miei genitori ascoltavano musica più hippy, Jimi Hendrix o Janis Joplin,
di cui ero golosa. In seguito i gruppi di amici con cui ho cominciato a uscire
alla fine degli anni '70 erano fortemente impregnati sul surrealismo. Ma un
surrealismo alla moda islandese, cioè in relazione con la natura, meno
intelletualizzato che sul continente e combinato con lo slancio del movimento
punk. Da questo curioso collegamento è nata un'identità artistica
che passava di solito dall'uso dell'islandese al posto dell'inglese. Avevo 12
anni, i musicisti con cui suonavo ne avevno 18 o 20, questo ha portato agli
Sugarcubes, da cui tutto è cominciato. Questa combinaione di elementi
è stata per me determinante. Mi ricordo delle discussioni senza fine,
spesso movimentate, con amici sulla natura esatta di Andrè Breton, puro
genio, o personaggio solo molto intelligente. Con l'arroganza dei miei 16 anni,
senza un grosso bagaglio letterario, ho dovuto senza dubbio dire tutto e il
suo contrario prima di cominciare a tracciare la mia strada.
- Esiste un numero considerevole di remix delle tue canzoni. Consideri
che una volta passate nella mani di altri queste ti appartengano ancora?
Immagino questo approccio come una collaborazione che si esprime come una forma
di co-proprietà. Il remix è per me la trascrizione moderna della
"reprise" com'è nel jazz con alcune, migliaia di versioni di
"My funny Valentine". La vera riuscita di un remix consiste nel preservare
il cuore e l'anima di origine del tutto ascoltando distintamente l'implicaizone
di una terza persone in sovrapposizione. Non è un esercizio facile.
- In generale dai confidenza facilemente?
Dipende. In studio credo di essere diventata abbastanza egoista. Dopo aver consacrato
una quindicina d'anni della mia carriera musicale a progetti democratici, mi
sento ora più sicura se prendo da sola le decisioni. Un pò come
se un intervento esterno rischiasse di alterare quello che voglio trasmettere.
In cambio mi dimostro aperta per tutto ciò che concerne la dimensione
visiva. I video, le foto sono per me un lavoro d'èquipe.