Di nuovo una sola parola,
“Medúlla” (Universal, 04), dá il titolo a un album
dell’islandese. Adesso la voce è lo strumento, da Razhel (The Roots)
a Mike Patton (Fantomas) e da questi a Tagaq o The Iceland Choir, tutti sotto
la battuta, vocale, ovviamente, dell’autrice di “Oceania”,
il primo singolo di questo disco, presentato per la prima volta durante la cerimonia
innaugurale dei Giochi Olimpici di Atene.
Lí fu dove uscí
per coronare due ore di classicismo ellenico, e precisamnte con un lavoro che
cerca l’avanguardia fino nelle sue radici, senza strumenti. “È
perfetto per una cavena”, sentenzia Björk che ricorda come il primo
contatto con queste canzoni non fu esattamente facile. “Qualcosa non funzionava,
e allora provai a togliere gli strumenti, ero stanca di loro. E quello che ne
uscì invece sì che mi piaque. Mi libera molto creare cose nuove
e questo lavoro è quello che veramente volevo fare. Qualcosa senza regole,
perché il subcosciente non ha regole. L’unica cosa che ottieni
con le regole è avere paura”. Cosicché prescese di qualsiasi
disciplina e dette forma a un banchetto libero di voci, sommando, ai già
citati, la partecipazione di Robert Wyatt e di Mark Bell, Matmos o Leila, oltre
ad altri, nelle programmazioni. “È come se fossi stata a scuola.
Lí c’era un gran buffet con tutti i tipi di mangiare che puoi immaginare.
Mi dissero: ‘Puoi mangiare tutto ciò che vuoi. Non ci sono regole’,
ma per una settimana l’unica cosa che mangiai furono patate fritte e gelato,
fino a quando non mi fecero veramente male. Dopo, per un mese mangiai solo cose
sane. Quest’album, in un certo modo, è così”. Una
rischiosa scommessa che contiene momenti della Björk che conosciamo (“Show
Me Forgiveness”, “Desired Constellation”), ma anche un concetto
dell’epica che si avvicina, nello stesso modo, sia alla polifonia (“Sonnets/Unrealities
XI”) sia alla sperimentazione (“Triumph Of The Heart”). L’islandese
passò da Madrid alla fine di Luglio: vestito azzurro e pettinatura barocca
(una codina alla sinistra, capelli raccolti a destra), gesticolante, amabile
e minima; un’icona del pop in un permanente stato d’inquietudine
che pensa già al prossimo disco. Per questo disco è ricorsa a
un termine (“Medúlla”) che fa riferimento al midollo, alla
parte più pofonda delle cose. Una Björk spirituale e pagana allo
stesso tempo. “Qualcosa di ancestrale che sopravvive. Volevo lasciare
da parte la civilizzazione e retrocedere alla ricerca dell’anima umana.
Ho cercato di concentrarmi, durante molto tempo, per poter far bene le cose,
perché la mia famiglia è della classe lavoratice, ossia elettricisti
e muratori, ed è qualcosa della quale sono molto orgoliosa”. Björk,
per la pima volta nella sua carriera, parla anche di politica (“Mouth’s
Craddle”), ma soprattutto si mostra, di nuovo, dedita alla Musica: di
essa ha detto che è la sua grande passione, un amore al quale, poco dopo
la pubblicazione di “Vespertine” si sommò la nascita di sua
figlia. Della generosità di essere madre ne parla in “Pleasure
Is All Mine”. “Sono stata a La Gomera due volte [è uno dei
luoghi dove è stato registrato quest’album], e la prima volta,
quando la bambina aveva pochi mesi, fu quando ci separammo per la prima volta.
Furono solamente quattro giorni durante i quali ho potuto essere me stessa senza
preoccuparmi di risparmiare forze per il giorno dopo; concentrata solo nel finire
la canzon. A La Gomera ho imparato a camminare sulle montagne, a cantare ed
a essere più generosa; a fare tanto per dare il meglio ai figli però
anche per me stessa”.
[Traduzione: Isosté]