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Category: Main/VESPERTINE/Crollato il muro tra me e il mondo


vespertine 

PARIGI - Fiera come un vichingo, alta come un
fiore, Björk fa il suo ingresso nella sala del Comitato Centrale. Siamo in
quello che tutti a Parigi chiamano "bunker", il salone nella sede del
Partito Comunista Francese, edificio anni 60 progettato da Oscar Niemeyer. Qui
Björk presenta il suo nuovo disco, Vespertine, che il 28 agosto uscirà
in tutto il mondo (assieme a un libro molto fotografico, Björk, Mondadori,
212 pp. 45 mila lire).

L'ha scelto "per motivi estetici, non politici",
come dice ai duecento giornalisti, giunti dal mondo intero dopo che lei aveva
cancellato tutte le interviste. Qui Björk avrebbe voluto fare un concerto
peripatetico e senza microfono (lo farà domani alla SainteChapelle),
l'acustica era inadatta. In un abito di paillettes bianche e rosa, e un bolerino
con alucce di voile, ha risposto gentilmente a tutte le domande. Anche a chi
gli chiedeva se aveva mai pensato a suicidarsi ("E' una cosa brutta, da
codardi, non mi è mai venuto in mente").


Vespertine esce a poca distanza da Selma songs, colonna sonora
di Dancer in the dark. C'è un nesso tra i due dischi?

"Ho iniziato a comporre Vespertine prima
di Selma songs e ho continuato durante e dopo le riprese del film. Avevo deciso,
dopo l'esperienza estroversa di Homogenic (1997), di fare un disco introverso,
casalingo, invernale. E' infatti nato in casa mia in Islanda, durante i nostri
inverni di 22 ore di buio al giorno. E' continuato sul set di Lars von Trier,
quando dopo un'intera giornata trascorsa fra a centinaia di persone, mi trovavo
sola in una stanza, finalmente. Proprio Selma songs (che considero un disco
scritto non per me, ma per un'altra persona) ha rafforzato le caratteristiche,
l'intimità di Vespertine".


I suoi lavori sono molto diversi fra loro, e così i concerti.
Come, nel corso degli anni, è cambiata la sua ispirazione?

"Non è cambiata. E' semmai cambiato
il modo di tradurla. Mi sono resa conto che quello che ho dentro è universale
e posso esprimerlo. Ho iniziato a cancellare le frontiere tra me e il mondo,
e ho scoperto di avere tanti posti dove andare".


Ha esplorato i violini, i "beats" dell'elettronica
e la voce: oggi sembra interessata ai cori e ai rumori. Perché?

"Perché non sono una grande fan delle
parole. Imparare a usarle è stato un processo lungo, ma indispensabile
per comunicare con gli esseri umani. Da bambina in Islanda passavo giorni senza
parlare. I rumori che oggi uso sono quelli quotidiani, ne ho un'intera biblioteca
e sono tutti schedati e in ordine. Quanto ai cori, cambiano a seconda della
nazionalità; penso ai georgiani, ai bulgari, ai latinoamericani. Per
il disco ho usato uno straordinario coro inglese di 60 elementi; faceva tutto
ciò che chiedevo. Poi sono stata in vacanza in Groenlandia e dopo due
giorni di riposo ho iniziato a cercare voci. Sono andata di villaggio in villaggio
e ho scoperto che, attraverso quelle voci, che oggi mi accompagnano sul palco,
il mio disco avrebbe trovato uno spirito ancora più forte: non solo invernale,
ma artico".


Perché ha cancellato tutte le interviste?

"Perché sono in tournée e c'è
una grande differenza tra fare musica e parlare del fare musica. Rispetto i
musicisti che non danno interviste, e capisco anche chi riesce a fare tutto.
Io no: in questo momento preferisco concentrarmi sui concerti o scrivere altre
canzoni".


Quale, tra i suoi colleghi, può considerare amico?

"Bono è stato un ispiratore per me.
Mi ha scritto lettere affettuose e segrete in momenti veramente disastrosi.
Mi diceva: forza, vai così, ragazza. Ho un grande rispetto per la famiglia
U2, è commovente vederli lavorare".



Che cosa le fa più male nel suo lavoro?

"Non mi piace quando sui giornali vedo scritto:
'E Björk suona anche qualcosina'. Non so se lo fanno perché una
ragazza che canta dev'essere soltanto carina. Ma è brutto per me che
ho trascorso vent'anni in uno studio a scrivere e a incidere musica".



 




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