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Il sito di Bjork.it
è finito su "musica" l'inserto de "la
Repubblica" (ecco
qui una scansione); mentre su tv sorrisi e canzoni potete trovare un piccolo
articoletto che vi ho trascritto, ( scansione
articolo) ma niente di entusiasmante.Medulla è ancora tra i dischi
imperdibili e più venduti nelle classifiche internazionali, Rolling Stone
le dedica tre pagine con un intervista di Gilles Renault, (la potete trovare
tradotta nella sezione articoli>Medùlla>Liberation)
trovate invece le scansioni qui: UNO,
DUE E TRE Con quella voce può fare ciò che vuole. Quante
volte lo si è pensato ascoltando l'ex irriverente punkette islandese
nei suoi insoliti gorgheggi pop a tutto campo? Consapevole dei propri mezzi
(potenti, unici e fuori dal comune)Bjórk s'è messa in testala
pazza idea di fare un
intero disco a base di voci, coinvolgendo un gran numero di collaboratori, eccentrici
(su tutti, la «cantante di gola» Inuit Tagaq) e spesso lontanissimi
tra loro (l'Icelandic Choir, l'ex voce dei metallari Faith No More Mike Patton
e Rahzel della cricca hip hop The Roots). E alla Fine la sfida è andata
in porto. Salvo rare eccezioni (qua e là si fanno strada un piano e tappeti
gital-elettronici di sottofondo), «Medúlla» (da tradurre
come «midollo») basa le proprie Fondamenta esclusivamente sulla
forza e la duttilità di cui solo il «suono degli umani» è
capace. Risultato: un album «biologico». Come natura crea, parafrasando
uno spot. Né semplice né immediato, dove però lo stile
Bjbrk resta comunque inconfondibile. E poco importa che abbia a che fare con
partiture corali ad alto tasso di spiritualità («Vókuró»
e «Sonnets /Unrealities XI»}, anomali assolì a cappella («fjll
Birtan») o ansimi primordiali («Ancestor»).
Non tutto è allo stesso livello, però alcune sequenze
sono davvero azzeccate: prendete la solarità di «Who is it»,
in controtendenza con il feeling dark e minimalista dell'album, cui seguono
le suggestioni arcaiche di «Submarine» (con l'ex Soft Machine Robert
Wvatt) e I'inaffen-abilità della rarefatta «Desired constellation».
Menzione speciale per la conclusiva «Triumph of a heart», ccentrica
pop song che rimanda a1 passato «tradizionale» dell'islandese (come
l'introduttiva «Pleasure is all mine»), e che ci fa scoprire il
talento del giapponese Dakoka con la sua funambolica «macchina ritmica
vocale». Roba dell'altro mondo. Luca Testoni
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